Marco Bavaglio?
Siamo di nuovo qui a parlare di censura e censori, il Travaglio ha colpito ancora…
Il giornalista può piacere o no, di certo trovo scandalosa la condotta di Veltroni & Friends (scontato il comportamento dei fascisti).
Voi che ne dite?

ba80 1:15 pm on Maggio 13, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Che purtroppo nemmeno da parte degli Arcobaleni ho letto dichiarazioni sconvolgenti a difesa del diritto di cronaca. Non so. Da qualche anno a questa parte e, più precisamente, mi pare proprio da quando Travaglio andò da Luttazzi per dire dei processi di Berlusconi, è passata l’idea per cui ogni volta che qualcuno dice qualcosa in tv deve necessariamente instaurarsi un contraddittorio. Io francamente questa cosa non la capisco e in taluni casi la trovo persino ridicola. Come quando, vi ricordate?, dopo la puntata di Report sulla Sicilia in cui si parlava di mafia, Cuffaro disse che allora se ne doveva fare un’altra per parlare di quanto è bella l’isola… Ma voglio dire, i fatti sono fatti non opinioni. Travaglio non sarà simpatico (a me si), ma quello che ha detto non era mica un’opinione sua. Anche presente Schifani in studio che cosa avrebbe mai potuto dire? Non è vero, come i bambini stanati con le mani nella marmellata?! Io se fossi stata in Fazio non mi sarei mica scusata. Intanto perchè uno che invita Travaglio già sa che dirà qualcosa di scomodo (e se vuoi fare la trasmissione del bon ton non lo inviti) e poi perchè comunque non c’è niente di cui scusarsi per principio. Ma insomma se uno si fa beccare con i mafiosi, il problema è lui che si è fatto beccare (senza chiedere nemmeno scusa) o sono io che lo dico? Mah. Intanto Travaglio vende libri su libri, qualcosa vorrà pur dire (anche se non so che cosa visto che poi le lezioni le vincono quelli lì). Io si lo vorrei ricevere il memento per pubblicare, magari non lo farò perchè mi va bene anche solo commentare, ma mi piace l’idea di avere questa possibilità.
Buon pomeriggio.
manu1984 2:13 pm on Maggio 13, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
sono d’accordo con barbara.
il punto su travaglio non è cmq che sia simpatico o antipatico, è che a volte fa del giustizialismo un po’ sommario…un incrocio tra beppe grillo e antonio di pietro. poi per carità, meglio loro di tanti altri personaggi italiani!
questo fatto è solo cmq un ritratto della situazione generale: trovo scandalosa la gestione dell’informazione italiana. per fare un esempio, sarà una cosa da nulla, ma il fatto che non si potessero portare bandiere e striscioni all’interno del prato del concerto del primo maggio lo trovo insopportaibile. ormai la tv fa vedere quello che vuole, o meglio, quello che vuole il potere, e stavolta lo dico proprio, di destra o di sinistra. se dopo la manifestazione di vicenza i primi titoli erano per l’unico striscione di solidarietà alle br e non alle migliaia di cittadini scesi in strada a manifestare pacificamente, c’è qualcosa che non torna. e potrei andare avanti con molti altri esempi. la tv, ma in larga parte anche i giornali, ci mostrano una realtà ovattata, politicamente corretta, basata sul “sentire comune” appositamente disegnato sulle paure della gente, dove chi dice VERITA’ scomode è un sovversivo, un diffamatore se non un delinquente.
ce n’è di strada da costruire, cari compagni, per cambiare la drogata mentalità italiana!
baci
manu
PS per lo zapatista teotti: io volevo postare la vignetta di vauro di oggi, che era pure in tema, ma necessito del bigino, quello per bambini di prima elementare però! altrimenti potrei fare qualche danno…
sereti 2:47 pm on Maggio 13, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
dal basso della mia scarsa informazione sull’attualità dico solo…ce ne vorrebbero di giornalisti come travaglio, che hanno il coraggio di dire le cose come stanno a costo di sollevare polveroni…
ba80 3:09 pm on Maggio 13, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Ah ma davvero non si potevano portare bandiere e striscioni al primo maggio? Non lo sapevo! Quello che dice Manu sulla Tv è tanto più vero se si considera che quanto detto da Travaglio sulle frequentazioni di Schifani era già stato pubblicato non solo sul suo libro (vendutissimo), ma anche da altri libri e riviste precedenti senza che ciò creasse alcun fastidio. Come a dire che tanto gli italiani non leggono, ora il solo mezzo di informazione è la Tv.
michele82 8:16 pm on Maggio 13, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Condivido molte delle cose che avete scritto ma una lancia a favore di Fazio mi sento di lanciarla. E non (solo) perchè sono un Fazioso sfegatato dai tempi di Quelli che il calcio.
Sabato non ho visto la puntata di Chetempochefa. Domenica sì. Avevo sentito della polemica. D’istinto ho dato ragione a Travaglio: un giornalista ha tutto il diritto di raccontare i fatti, anche e soprattutto quando sono scomodi per i potenti. Per questo le scuse di Fazio all’inizio della puntata di domenica non mi sono piaciute: perchè scusarsi? dove sta l’offesa? è un’offesa raccontare dei fatti?
Mi sono piaciute ancora meno le reazioni del PD: non solo quella di Follini, che per me non doveva nemmeno essere candidato nelle liste del PD visto che è stato vicepresidente del consiglio nel governo Berlusconi Ter, ma anche quella di Anna Finocchiaro, che stimo tantissimo. Oggi mi sono un po’ tirato su leggendo che anche dal PD si è alzata una voce (Bachelet) a difesa di Travaglio (“perchè Schifani non risponde nel merito?”).
Oggi mi sono poi guardato l’intera intervista di Travaglio a Chetempochefa. Devo dire innanzitutto che è stata un’ottima intervista: Fazio – altro che impiegato! – ha fatto le domande giuste, alcune ironiche altre più pungenti (come sulla questione del protagonismo mediatico di alcuni magistrati o sul rischio per Travaglio di diventare in qualche modo la caricatura di se stesso).
Travaglio prima ha detto che peggio di Schifani c’è solo una muffa, o un lombrico. Questa è un’offesa, ok. Ma è anche una battuta satirica sferzante. E comunque il polverone non si è sollevato per il paragone Schifani-muffa.
Travaglio per due volte ha poi affermato sul finire dell’intervista (letteralmente) “Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi”, senza spiegare nulla (il socio in affari, quando, dove…). Vista la pesantezza dell’accusa, e la rilevanza istituzionale dell’accusato, penso che un bravo giornalista avrebbe dovuto spiegare con molta più precisione il rapporto esistente tra le parole “Schifani” e “mafia”, raccontando i fatti, non limitandosi a una frase a effetto. Tanto più che era perfettamente consapevole di dire qualcosa di scomodo. Allora sii preciso, Vingenzo di un Travaglio!
Vista l’intervista, quindi, penso che le scuse di Fazio ci possano stare. Tra l’altro oggi Fazio ha dichiarato che inviterebbe di nuovo Travaglio (e ci mancherebbe altro!). Lunga vita a Fazio Fabio.
‘Ntuculu al riporto.
ba80 8:52 am on Maggio 14, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Vi riporto qui sotto i testi delle “lettere” che D’Avanzo e Travaglio si stanno scambiando a mezzo di Repubblica. L’ultima mi ha abbastanza agghiacciata.
La lezione del caso Schifani
di GIUSEPPE D’AVANZO
E’ utile ragionare sul “caso Schifani”. E – ancora una volta – sul giornalismo d’informazione, sulle “agenzie del risentimento”, sull’antipolitica.
Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin “dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate” e protesta: “I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c’era di falso in quello che ho detto”. Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli “i fatti” quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E’ un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce “giornalismo d’informazione”.
Le lontane “amicizie pericolose” di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell’anno furono riprese dall’Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l’agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).
Non se n’è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.
I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il “giornalismo dei fatti” ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov’è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: “Non abbiamo mentito” (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris).
Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei “fatti” che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog – di “cane da guardia” dei poteri (“Io racconto solo fatti”) – per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato).
L’operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro (“Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso…”). E’ un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E’ un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste “agenzie del risentimento” lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale.
Nel “caso Schifani” non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi – nell’opposizione – ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un’informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.
Su Schifani ho raccontato solo fatti
di MARCO TRAVAGLIO
Caro direttore, ringrazio D’Avanzo per la lezione di giornalismo che mi ha impartito su Repubblica di ieri. Si impara sempre qualcosa, nella vita.
Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che “bluffa”, “avvelena il metabolismo sociale” e “indebolisce le istituzioni”, un manipolatore di lettori “inconsapevoli”, quale invece mi ritiene D’Avanzo. Sabato sera sono stato invitato a “Che tempo che fa” per presentare il mio ultimo libro, “Se li conosci li eviti”, scritto con Peter Gomez, che in 45 giorni non ha avuto alcun preannuncio di querela.
E mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l’Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D’Agostino (ho detto testualmente: “Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi. rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia”; la frase “anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso”, falsamente attribuitami da D’Avanzo, non l’ho mai detta né pensata).
Quei rapporti, contrariamente a quanto scrive D’Avanzo, sono tutt’altro che “lontani nel tempo”, visto che ancora a metà degli anni 90 Schifani fu ingaggiato, come consulente per l’urbanistica e il piano regolatore, dal Comune di Villabate retto da uomini legati al boss Mandalà e di lì a poco sciolto due volte per mafia. Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso. In qualunque altro paese, casomai capitasse che il titolare di certi rapporti ascenda alla seconda carica dello Stato, tutti i giornali e le tv gli rammenterebbero quei rapporti: per questo, negli altri paesi, il titolare di certi rapporti difficilmente ascende ai vertici dello Stato.
Che cosa c’entri tutto questo con le “agenzie del risentimento” e il “qualunquismo antipolitico” di cui parla D’Avanzo, mi sfugge.
Secondo lui i giornali, all’elezione di Schifani a presidente del Senato, non hanno più parlato di quei rapporti perché nel frattempo non s’era scoperto nulla di nuovo. Strano: non c’era nulla di nuovo neppure sul riporto di Schifani, eppure tutti i giornali l’hanno doviziosamente rammentato. I lettori giudicheranno se sia più importante ricordare il riporto, oppure il rapporto con D’Agostino e Mandalà (che poi, un po’ contraddittoriamente, lo stesso D’Avanzo definisce “sconsiderato”). Ora che – pare – Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero.
Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l’altro solo una minima parte. Oltretutto c’è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull’Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché – scrive il giudice – “l’articolo si presenta sostanzialmente veritiero”.
Approfitto di questo spazio per ringraziare i tanti colleghi e lettori (anche di Repubblica) che in questi giorni difficili mi hanno testimoniato solidarietà. Tenterò, pur con tutti i miei limiti, di continuare a non deluderli.
Non sempre i fatti sono la realtà
di GIUSEPPE D’AVANZO
Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il “vero” e il “falso”: “qualifiche fluide e manipolabili” come insegna un altro maestro, Franco Cordero.
Di questo si parla, infatti, cari lettori – che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire.
Che cos’è un “fatto”, dunque? Un “fatto” ci indica sempre una verità? O l’apparente evidenza di un “fatto” ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l’esercizio indispensabile del giornalismo che, “piantato nel mezzo delle libere istituzioni”, le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio (“Io racconto solo fatti”) si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia” indica una traccia di lavoro e non una conclusione.
Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la metà degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità.
E’ l’impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…”. Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.
Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento”. Di una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.
8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?
Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un’”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.
Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio – temo – non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque.
manu1984 9:54 am on Maggio 14, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
non mi stupisce che nessuno abbia querelato il libro di travaglio, visto che evidentemente racconta verità, quindi non conviene querelare verità, perchè altrimenti le cause si perdono, come insegna barbara
invece contestare in tv è molto più facile. cmq nello specifico anch’io non ho visto la puntata, ma guardando lo speciale dedicato ad emergency il giorno dopo mi sono accorta di non aver mai sentito un comunistone come gino strada così tanto politically correct! avrà fiutato l’aria? o gli avranno calorosamente consigliato di non spiattellare scomode verità su come la donna è emancipata in afghanistan o su quanto è democratico l’iraq?
Infine, per precisare, al primo maggio non si potevano portare bandiere e striscioni all’interno del “recinto” (non saprei come altro chiamarlo!) davanti al palco. una vergogna.
ma da sempre tv (e in buona parte anche i giornali), raccontano dal punto di vista più comodo.
Penso alla questione degli immigrati ad esempio, dove puntualmente ogni sera passa l’idea che i rumeni e i rom siano tutti stupratori o ladri di bambini. per carità, il problema delinquenza esiste, ma è davvero un’emergenza? la caritas (che non penso sia comunista) dice che si è creato un clima di allarmismo che non corrisponde ai dati, che rimangono sostanzialemente invariati da qui a 10 anni. ma un reportage molto interessante di Liberazione edizione pomeridiana (copia free) diceva come anche nei quartieri da sempre a bassa criminalità, senza insediamenti abusivi nei dintorni e con percentuali di delinquenza addirittura in ribasso, la gente vota lega o la destra per paura degli immigrati.
Se tutte le sere il telegiornale raccontasse le storie di tutti glii sfruttati tra raccoglitori di pomodori, muratori, manovali, ecc ecc ecc forse la gente avrebbe paura di tanti imprenditori italiani! o dei buoni padri di famiglia, visto che il 90% degli stupri avviene all’interno delle mura domestiche benedette da ratzinger.
e sulla sicurezza, la sinistra non ha capito un cazzo, mi spiace dirlo, ma non ha dato risposte efficaci, rincorrendo la destra sul fronte repressivo e poliziesco (guadagnando tanti consensi tra l’altro, nè?).
Scusate, non c’entra nulla con travaglio, forse dovevo creare un nuovo post o come si chiama, ma non ho ancora letto le istruzioni di matteotti.
buona giornata a tutti
manu
ba80 2:28 pm on Maggio 15, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Ma sinceramente sono parecchio stupita da quanto letto stamattina (anche se forse troppo di fretta) sui giornali in merito a tutti questi arresti di stranieri che sarebbero stati effettuati tra ieri sera e stamattina… Secondo i giornali si tratta in ogni caso di delinquenti accertati: chi speccia, chi ruba, chi favorisce la prostituzione… Tutti arrestati stanotte. Cioè improvvisamente ieri pomeriggio convergenze fino ad allora mai realizzate hanno fatto si che la criminalità tutta, fino a quel momento sommersa, emergesse e si palesasse alle forze dell’ordine. Io non ho parole.
ba80 9:10 am on Maggio 16, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
Per completezza:
Caro Direttore,
ringrazio il Corriere per l’attenzione (due pagine!) dedicata alle mie vacanze di sei anni fa, con corredo di foto degli alberghi e dei villaggi da me frequentati. Non male, visto che molti hanno trovato eccessive due mie frasi spese in tv sulle relazioni pericolose del presidente del Senato con personaggi mafiosi. Capisco anche l’irresistibile tentazione di concludere l’articolo con un paterno fervorino, «sono episodi che possono capitare… a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura…». Parole che si attaglierebbero alla perfezione a un giornalista che fa il moralista in casa d’altri e poi viene beccato col sorcio in bocca. Purtroppo, o per fortuna, non è questo il mio caso.
Le vacanze che tanto vi appassionano, come tutta la mia vita, sono un libro aperto. Le ho fatte con la mia famiglia e non con «talpe di boss», come dice il vostro bel titolo. E non c’è nessun «giallo»: ho sempre pagato il conto di tasca mia e non ho mai visto, né incontrato, né sentito nominare questo signor Aiello finché non è stato arrestato. Il signor Aiello e il suo avvocato possono dire ciò che vogliono, ma non di avermi dato una lira o un euro. Perché è falso e ne risponderanno in tribunale. Dicano su quale conto mi avrebbero versato dei soldi, o in quale luogo me li avrebbero consegnati, se ne hanno il coraggio. Ma non lo possono fare perché nessuno mi ha mai dato una lira. Per essere chiari una volta per tutte: io, diversamente dal presidente del Senato, non ho mai conosciuto mafiosi, né prima né dopo che venissero condannati. Altrimenti forse sarei già almeno ministro e nessun giornalista si occuperebbe di me.
Marco Travaglio
ba80 9:44 am on Maggio 16, 2008 Permalink | Fare il login per replicare
E per quanto riguarda quanto diceva Manu:
Con la scusa del popolo
di GAD LERNER
LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E’ questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l’ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell’ordine nel necessario repulisti.
Ma siamo sicuri che “il popolo” siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: “Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via”? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della “derattizzazione” e della “pulizia etnica”, i politici che in campagna elettorale auspicarono “espulsioni di massa”, i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l’incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. “Obiettivo: zero campi rom” (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). “I rom sono la nuova mafia” (contro ogni senso delle proporzioni). “Quei rom ladri di bambini” (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell’inciviltà è compiuto. Perfino l’operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L’accusa, e l’irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: “I rom non devono essere ‘ripartiti’, bisogna farli semplicemente ripartire”. E accusa Prodi di non aver capito l’andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l’assedio e l’incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
La formula lapalissiana secondo cui “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all’interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull’infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l’inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di “Commissari per i rom”, sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell’immedesimazione – “In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto” – dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola “rom” con la parola “ebrei”, o “italiani”. Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
La categoria “sicurezza” non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l’allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l’alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione – l’obbligo di soccorso alle carrette del mare – o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
Da più parti si spiega l’inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione “buonista”. E’ un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo “Mostro Mite” (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l’approdo a scelte comuni là dove meno te l’aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l’esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe “nere”. Il richiamo ai servizi d’ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell’Italia del 2008 – afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare – le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l’irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.