Mi ritrovo in queste righe scritte da Pier…a sul suo blog (http://www.pierangeloferrari.it). Soprattutto dove dice che Di Pietro e Travaglio sono di destra.

Ciao, Francesco

Domani sarò a Roma, come ogni martedì, ma non andrò in piazza Navona. ’Pancho’ Pardi e Antonio Di Pietro sono lontani dalla mia cultura politica. Considero il massimalismo e la demagogia tra i mali peggiori di cui soffre questo Paese, due delle cause principali che lo hanno ridotto nelle condizioni in cui si trova. E, poi, come ha scritto Peppino Caldarola, non si tratta di una manifestazione dei girotondini di ritorno: “più dei girotondi si presentano come un’alternativa non ‘nella’ sinistra ma ‘alla’ sinistra“. Non a caso i suoi organizzatori e profeti, Di Pietro e Travaglio, non hanno mai fatto mistero delle proprie simpatie di destra. Insomma, non è casa mia, non sono a mio agio tra urlatori e inquisitori. In piazza Navona si ritroverà, domani, l’antipolitica. La vecchia, nefasta antipolitica che ha cavalcato tutte le buone cause, trasformandole in farina del diavolo, in pretesti di delegittimazione dei partiti e della politica medesima.

Ma, si dirà, domani in piazza non ci saranno solo i dipietristi. Hanno aderito alla manifestazione molti intellettuali della sinistra liberal e anche esponenti del PD. Non è, pertanto, una manifestazione di destra. Non, non lo è, ma è l’ennesimo episodio di quella eterogenesi dei fini, che è la più radicata coazione a ripetere della sinistra italiana al tempo della seconda repubblica. La quale, non a caso, iniziò con un vigoroso scuotimento dell’albero fradicio della prima repubblica, i cui frutti ereditari furono raccolti da Silvio Berlusconi. Perchè, è bene ricordarlo, soprattutto in queste circostanze, la stagione di Tangentopoli – con il crollo del vecchio sistema di potere, i girotondi davanti al palazzo di giustizia di Milano, l’attesa eccitata di una rigenerazione palingenetica, la popolarità dei giudici, giustizieri di antichi privilegi – portò diritto e filato, nel 1994, alla vittoria elettorale di Berlusconi, a cui bastarono pochi mesi per dare vita a Forza Italia. La lezione, mai imparata da massimalisti e demagoghi, di quello sbocco drammatico, che ha impresso una svolta – tuttora in corso - alla storia d’Italia, ci dice che non si esce da una crisi mobilitando le piazze, non si risolvono questioni complesse agitando fantasmi e impugnando megafoni. L’unica via d’uscita è quella offerta dalla politica, nelle condizioni date. Vale anche per la politica, l’antico adagio popolare, secondo cui il meglio è nemico del bene. Il demagogo insegue il meglio e disdegna il bene, inteso come avanzamento, per quanto parziale, sulla strada della soluzione di un problema. Così, oggi, sulla questione giustizia, il demagogo veda l’enormità delle leggi ad personam del sempre uguale Berlusconi e lì si scaglia, schiuma alla bocca. Coloro che si mettono all’opera per trovare una via d’uscita che riduca i danni e mantenga il confronto sul terreno dello Stato di diritto, come il presidente Napolitano, sono miopi e traditori.

Questo è il punto. Berlusconi lo conosciamo, da lui non potevamo aspettarci altro. Il consenso di cui gode è la mortificazione più grande che si autoinfligge il nostro Paese. Il berlusconismo ha assunto, via via, tratti drammatici nella misura in cui si è confermato come l’autobiografia del Paese. Egli vince le elezioni perchè è popolare, ed è popolare perchè – nonostante le reiterate prove contrarie – gli italiani si fidano di lui. Peggio, si riconoscono in lui. La maggioranza, s’intende, ma si tratta di una robusta maggioranza. Da qui bisogna partire, dalle condizioni culturali e morali della maggioranza degli italiani. O, come direbbe, Giacomo Leopardi, dallo “stato presente dei costumi degli italiani”. Costumi deplorevoli, oggi come allora, quando inducevano il grande intellettuale alla sconfortata conclusione che “il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo”. Se non vogliamo ridere (a quello sbocco è già arrivato, a modo suo, Beppe Grillo) o piangere o limitarci alla protesta (attività tutte impolitiche e sterili), dobbiamo occuparci delle vie d’uscita politiche, nelle condizioni date. La principale delle condizioni è data dai rapporti di forza parlamentari, che registrano i rapporti di forza nel Paese. In queste condizioni è possibile (è doveroso) fare appello all’opinione pubblica, opporsi fermamente in Parlamento a provvedimenti scandalosi, dare battaglia politica e culturale contro una deriva sudamericana che ci isola dall’Europa civile.